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sabato 20 dicembre 2025

ASSE INTESTINO-CERVELLO: IL MICROBIOTA INFLUENZA LE MALATTIE

 


Lo squilibrio del microbiota influenza le malattie. A spiegare come, parlando con l'Adnkronos Salute è l'immunologo Mauro Minelli della Fondazione per la Medicina Personalizzata. Nel microbiota intestinale umano, "esiste una quota di microrganismi capace di agire sul cosiddetto
'asse intestino-cervello' , un canale bidirezionale attraverso il quale l'intestino comunica con il cervello e viceversa. La comunicazione lungo quest'asse viene fornita da alcune molecole che consentono un dialogo costante ed immediato tra i neuroni cerebrali ei neuroni che, distribuiti nell'intestino umano, compongono il cosiddetto 'plesso neuro-enterico'. Tali molecole sono anche prodotte da diversi batteri del microbiota, quali 'psicobiotici' ed in grado di interloquire con le cellule neuronali , così intervenendo nelle dinamiche funzionali di quell'asse delicato"."D'altro canto, organizzazioni microbiche intestinali disordinate e squilibrate sono state trovate in varie condizioni neuropsichiatriche, come  depressione e ansia, disturbi dello spettro autistico, schizofrenia e persino morbo di Parkinson e malattia di Alzheimer E - prosegue - si ipotizza che alterazioni dei segnali del microbiota nei primi anni di vita, se non addirittura nell'ambiente fetale, hanno importanti ripercussioni sui processi di formazione dei neuroni che andranno a costituire la preziosa struttura cerebrale dell'ippocampo, con conseguenze sul comportamento del bambino e, successivamente, dell'adulto", prosegue l'immunologo. "In particolare, per quel che riguarda i disturbi dello spettro autistico, in questi pazienti sono spesso osservati disordini gastrointestinali con alterazioni del microbiota più frequentemente rappresentate da un'aumentata abbondanza di clostridi e da un generale aumento di batteri anaerobi tra i quali primeggiano batteri appartenenti al genere sutterella,

giovedì 27 novembre 2025

VERDE NEI LUOGHI DI VITA: I BENEFICI PER LO SVILUPPO DEI BAMBINI

 


Numerosi studi dimostrano che il contatto con la natura ha effetti positivi sulla salute in ogni fase della vita. Durante la gravidanza, il verde urbano è associato ai migliori esiti neonatali, mentre
nell'infanzia favorisce lo sviluppo cognitivo, comportamentale e la salute mentale , con effetti protettivi anche nei disturbi del neurosviluppo. La frequentazione degli spazi verdi scolastici sembra migliorare apprendimento, creatività e benessere emotivo, anche durante l'adolescenza, contribuendo a ridurre il “burnout” da studio ei sintomi depressivi. Inoltre, la biodiversità degli ambienti naturali promuove la salute visiva, respiratoria e cardiovascolare e rafforza il sistema immunitario attraverso il microbioma, confermando l'importanza della presenza di spazi verdi nelle nostre città .

domenica 2 novembre 2025

Come proteggere i bambini dai pericoli reali: 8 consigli dei neuropsichiatri infantili di Sinpia

 


"La prima valutazione da fare è capire se l'esperienza è adeguata all'età ed è ragionevolmente proponibile", dice Fazzi. La risposta non può essere quella di eliminare il rischio, ma di proporre con intenzionalità e gradualità. Cosa succede quando un bambino sale su un albero, corre più veloce del solito o si cimenta in una nuova esperienza sotto la supervisione costante di un adulto? Riesci ad imparare. A conoscere i propri limiti, a gestire le emozioni, a sviluppare capacità fondamentali per la crescita.
 Parola di neuropsichiatri infantili. "Affrontare il rischio e imparare a gestire emozioni complesse adeguate all'età – spiega Elisa Fazzi, Presidente SINPIA, Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, Professore Ordinario di Neuropsichiatria infantile dell'Università degli Studi di Brescia e Direttore SC Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, ASST Spedali Civili di Brescia - sono tappe essenziali per lo sviluppo sano di bambini e adolescenti. Un bambino che impara a gestire i rischi affina una delle competenze di uno sviluppo neuropsichico ottimale che si chiama resilienza ovvero la capacità di affrontare eventi stressanti o traumatici e riorganizzare in maniera positiva la propria vita anche dinanzi alle difficoltà. Imparare a gestire i rischi aiuta a sviluppare anche altre competenze come la capacità di prendere decisioni e la fiducia instesso .

E se ogni graffio è una lezione e ogni sfida un'occasione per i bambini per conoscersi meglio, cosa possono fare i genitori per lasciargli la libertà di imparare affrontando piccoli rischi, senza correre pericoli? Come è meglio porsi di fronte alle richieste dei bambini di partecipare ad esperienze che possono comportare un rischio?

domenica 22 settembre 2024

Stop smartphone sotto i 14 anni e social sotto i 16


"Ogni tecnologia ha il suo giusto tempo
". E' la premessa con cui un gruppo di pedagogisti, psicoterapeuti, neurobiologi, neuropsichiatri infantili e altri esperti si è fatto promotore di una petizione per ottenere lo "stop a smartphone e social" per i ragazzi sotto una certa età. Un appello lanciato nelle scorse ore che - a metà mattina dell'11 settembre - ha superato il traguardo delle 5mila firme.

Lanciata sulla piattafoma 'Change.org', la petizione chiede "al Governo italiano di impegnarsi per far sì che nessuno dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze possa possedere uno smartphone personale prima dei 14 anni e che non si possa avere un profilo sui social media prima dei 16.

Aiutiamo le nuove generazioni", chiedono i firmatari dell'appello promosso dal Centro psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti (Cpp). Le prime sigle sono quelle del pedagogista Daniele Novara, direttore del Cpp, e del medico e psicoterapeuta Alberto Pellai. Seguono le firme di 24 esperti e di diversi esponenti di Unita (Unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo), tra cui molti attori, da Stefano Accorsi a Luca Zingaretti.

"Se è vero che spesso le tecnologie migliorano la qualità della vita, questo non accade quando si parla di educazione nella prima infanzia e nella scuola primaria - avvertono i promotori della petizione - I bambini e le bambine che utilizzano strumenti tecnologici e interagiscono con gli schermi subiscono due danni: uno diretto, legato alla dipendenza", e l'altro "indiretto, perché l'interazione con gli schermi impedisce di vivere nella vita reale le esperienze fondamentali per un corretto allenamento alla vita. E' ormai chiaro che prima dei 14 anni avere uno smartphone personale possa essere molto dannoso così come aprire, prima dei 16 anni, un proprio profilo personale sui social media".

Gli esperti precisano che non si tratta di "una presa di posizione anti-tecnologica", ma dell'accoglimento "di ciò che le neuroscienze hanno ormai dimostrato: ci sono aree del cervello, fondamentali per l'apprendimento cognitivo, che non si sviluppano pienamente se il minore porta nel digitale attività ed esperienze che dovrebbe invece vivere nel mondo reale. Simili comportamenti in età prescolare portano ad alterazioni della materia bianca in quelle aree cerebrali fondamentali per sostenere l'apprendimento della letto-scrittura".

mercoledì 10 luglio 2024

LE EMOZIONI: UN TERRENO INESPLORATO

 


Arrossire per la vergogna, sentire le farfalle nello stomaco o ribollire dalla rabbia. Ecco alcune delle frasi più comuni che tutti, almeno una volta nella vita, hanno pronunciato nel tentativo di trasformare le proprie emozioni in parole. Emozioni che, inevitabilmente, si ripercuotono sul corpo. E che queste sensazioni siano anche ‘fisiche’ non è soltanto una percezione individuale: è un dato di fatto che, ora, ha anche un fondamento scientifico. A dimostrarlo uno studio dell’università di Milano-Bicocca, pubblicato su ‘iScience‘: “Le emozioni hanno una ‘natura corporea’, al punto tale che provarle ‘accende’ il cervello come toccare qualcosa o compiere un movimento – spiegano gli autori della ricerca – . Le emozioni attivano regioni corticali che tipicamente rispondono a esperienze tattili e motorie”.

sabato 27 aprile 2024

SCARSA CONCENTRAZIONE ?

 


Secondo un gruppo di neuroscienziati, è la prova di un cervello impegnato in più attività. La scarsa concentrazione non indica mancanza di intelligenza: è piuttosto la prova di un cervello impegnato in più attività. A rivelarlo uno studio condotto dai neuroscienziati del Carney Institute for Brain Science della Brown University, pubblicato su Nature Human Behaviour. La ricerca illustra come le parti del cervello debbano cooperare per concentrarsi ad elaborare informazioni importanti, filtrando al contempo le distrazioni. Se si immagina un ristorante affollato, con il rumore di piatti, la musica che suona, persone che parlano a voce alta l’una sull’altra, è sorprendente che qualcuno, in un ambiente del genere, riesca a concentrarsi a sufficienza per sostenere una conversazione. Lo studio fornisce alcune delle informazioni più dettagliate sui meccanismi cerebrali che aiutano le persone a prestare attenzione in un ambiente ricco di distrazioni e su ciò che accade quando invece non riescono a concentrarsi. Prove precedenti hanno stabilito che le persone quando si concentrano, possono valorizzare le informazioni rilevanti, escludendo allo stesso tempo le distrazioni.

 Tratto da NEUROLOGIA REDAZIONE DOTTNET | 12/03/2024

martedì 31 maggio 2022

Siamo di fronte a un’emergenza salute mentale: gli effetti della pandemia su bambini e ragazzi


I problemi del neurosviluppo e della salute mentale di bambini e ragazzi manifestatisi durante la pandemia rischiano di
diventare cronici e diffondersi su larga scala”. È l'allarme che lancia l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza,  Carla Garlatti , in occasione della pubblicazione dello studio  Pandemia, neurosviluppo e salute mentale di bambini e ragazzi  generati dall'Agia con l'Istituto superiore di sanità e con la collaborazione del Ministero dell'istruzione. Per realizzare la ricerca – la prima scientifica a valenza nazionale – sono stati ascoltati oltre 90 esperti tra neuropsichiatri infantili, pediatri, assistenti sociali, psicologi, pedagogisti e docenti.
I professionisti interpellati hanno riferito disturbo del comportamento alimentare, ideazione suicidaria (tentato suicidio e suicidio), autolesionismo, alterazioni del ritmo sonno-veglia e ritiro sociale. In ambito educativo, poi, sono stati riscontrati disturbi dell'apprendimento, dell'attenzione e del linguaggio, disturbi della condotta e della regolazione cognitiva ed emotiva, oltre a paura del contagio, stato di frustrazione e incertezza rispetto al futuro, generando insicurezza e casi di abbandono scolastico.

venerdì 16 luglio 2021

IL RUOLO DELLA PSICHE DURANTE LA GRAVIDANZA E IL PUERPERIO

 


La gravidanza è un momento privilegiato che rimette la donna incinta nella situazione primordiale feto-madre: la donna vive se stessa sia come madre, come la propria madre, come l’insieme evanescente delle proprie madri ancestrali, sia, allo stesso tempo, come il feto che è stata e come quello che porta in sé.
Ogni donna dunque prova durante la gravidanza, in modo più o meno cosciente, un profondo rimescolio interiore: tuttavia i cambiamenti psicologici legati all’attesa di un bambino vengono spesso trascurati dalla gravida, impegnata a concentrare la sua attenzione sui mutamenti del suo corpo e pronta a riconoscere e a segnalare al medico ogni minimo sintomo .
Nella società in cui viviamo, a differenza di altre culture, la gravidanza è notevolmente
medicalizzata. Ogni gravida, anche se giovane e sana, si sottopone a periodici esami per controllare la sua salute e quella dell’embrione/feto; si informa su ciò che accade dentro di lei, conosce i sintomi che segnalano irregolarità della gestazione.

mercoledì 24 febbraio 2021

I RAGAZZI NON CONTROLLANO PIU' LE EMOZIONI

 


Gli episodi di Formia, Napoli e Roma di qualche tempo fa ci parlano di "ragazzi che mostrano la loro collera fino a perdere il controllo". La sfera emotiva dei nostri adolescenti al momento e' dominata da "rabbia, noia e irritazione. Emozioni che difficilmente vengono controllate e sfociano in violenza estrema", soprattutto nel caso di ragazzi che provengono da contesti, familiari e sociali, in cui "non si e' molto attenti ai loro bisogni psicologico-affettivi piu' che materiali". Gianni Biondi, psicologo clinico e psicoterapeuta, interpreta cosi' i recenti fatti di cronaca che hanno visto coinvolti giovani e giovanissimi, l'ultimo dei quali e' culminato con l'uccisione di un diciassettenne da parte di un coetaneo. "I ragazzi sono arrabbiati- prosegue Biondi- perche' sentono di stare perdendo qualcosa che non riescono a identificare, a cui non riescono a dare un nome. E hanno ragione- sottolinea lo psicoterapeuta- perche' questo ultimo anno li ha costretti a confrontarsi con uno sviluppo anomalo che ha creato frustrazione sociale e affettiva. Il senso del limite e' diventato esagerato: non si puo' uscire, non ci si puo' toccare, ci si incontra stando a distanza. Regole difficili da accettare per tutti, ma che per gli adolescenti sono molto piu' pesanti. Oltre a questo- prosegue Biondi- li abbiamo aggravati del peso dell'essere responsabili degli eventuali contagi di genitori e nonni.

sabato 30 maggio 2020

APPELLO DEI PEDIATRI SULLA CONDIZIONE DEI BAMBINI DURANTE LA PANDEMIA


Fin dall’inizio della pandemia i genitori e gli operatori dei servizi per l’infanzia si sono preoccupati di quanto i bambini sarebbero stati affetti dall’infezione da Covid-19. Su questo punto i dati sono ormai consolidati e coerenti tra i diversi studi effettuati, in Paesi diversi e da diversi gruppi di ricerca: i bambini si ammalano molto poco; e quando lo fanno, le manifestazioni cliniche sono lievi. Le eccezioni sono poche, per lo più limitate a manifestazioni infiammatorie scatenate dal virus, tra le quali la più nota e importante è la vasculite (malattia simil- Kawasaki) non specifica del Covid-19, ma potenzialmente scatenata dal Covid-19. Si tratta di una malattia nota e descritta in Italia fin dai primi anni ’80 e che i pediatri hanno imparato a riconoscere e trattare.
La seconda preoccupazione è stata quella di sapere fino a che punto i bambini potevano costituire serbatoio e fonte di contagio. Su questo punto le evidenze sono meno coerenti, ma ancora piuttosto solide: i bambini possono albergare il virus, e verosimilmente trasmetterlo, ma la possibilità di trasmissione è estremamente bassa.
Viceversa, si stanno accumulando le evidenze sui danni collaterali provocati in bambini dalle conseguenze del lockdown e soprattutto della chiusura prolungata di servizi educativi e scuole. Per tutti, tranne quei pochi che possono vantare una buona dotazione tecnologica in casa e genitori in grado di accompagnarli nelle lezioni e nei compiti, si sta accumulando un ritardo educativo, che per la maggioranza (secondo Save the Children e Sant’Egidio, almeno 6 su 10) è molto rilevante, e non può essere nascosto dietro i pur doverosi sforzi di didattica a distanza. Al danno educativo si associano manifestazioni di disagio psicologico, aumentato rischio di violenza subita o assistita, riduzione di qualità degli apporti alimentari, riduzione dei supporti abilitativi e a volte strettamente medici per bambini affetti da disabilità o patologie croniche, naturalmente in stretta relazione con la qualità e offerta preesistente dei servizi, già carenti in molte parti d’Italia.

domenica 24 novembre 2019

Sexting, come i genitori possono prevenire e curare ( seconda parte)


Continua oggi il nostro breve approfondimento sul sexting, un fenomeno molto diffuso sia tra i giovani che tra gli adulti che, se da un lato attrae per la sua dimensione di esplorazione della propria sessualità e condivisione erotica, dall’altro mette chi lo pratica di fronte a conseguenze molto gravi e difficili da gestire.
Nel precedente articolo ci siamo lasciati con una domanda: cosa possiamo fare da genitori per prevenire ed intervenire nel caso in cui i nostri figli fossero alle prese con problemi riguardanti il sexting?
Di sicuro sappiamo che ogni atteggiamento di divieto, di negazione, di punizione o disciplinare non è efficace se non è preceduto e seguito da un atteggiamento educativo di cura, di interesse per la vita digitale dei propri figli, di accompagnamento -alla giusta distanza- della loro vita. È difficile essere credibili e autorevoli se non siamo anche amorevoli, curiosi, interessati e vicini e se non riusciamo a distinguere le nostre proiezioni sui figli dalla loro vita di individui. È quindi centrale assumere un atteggiamento educativo di apertura al dialogo e di rispetto reciproco che permetta di mantenere una certa libertà nell’affrontare anche discorsi delicati ma importanti.

martedì 27 novembre 2018

PSICOLOGIA FAI DA TE


“Ok Goolge, ho l’ansia” “Ok, ecco cosa ho trovato: Ansia. L’ansia è un disturbo psichico…”
“Ehi Siri, sono depresso” “Ti capisco, sono qui per aiutarti.”
Certo, siamo ancora molto lontani da un’intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo ma non credo ci vorrà molto perché Ehi Siri o Ok Google sapranno darci risposte più complesse e all’apparenza più soddisfacenti anche rispetto alla cura dei nostri malesseri. In fondo il dottor Google è già da tempo una realtà, come sanno bene medici e psicologi: attualmente l’1% (milioni al giorno) delle ricerche su Google sono relative a sintomi e malesseri. E nella gran parte dei casi, se si fa un’attenta ricerca, le diagnosi sono anche piuttosto corrette e attendibili. La questione si complica quando si tratta di rimedi terapeutici. Il web è pieno di rimedi fai da te, anche per quello che riguarda i malesseri di tipo psicologico – in senso lato. Così come sono tanti i manuali, cartacei o online, di auto aiuto. Certamente molti libri di psicologia fai da te danno utili indicazioni su come gestire momenti emotivamente difficili o situazioni complicate tra marito e moglie, genitori e figli. Bisogna stare molto attenti, però, al fatto che siano scritti da professionisti e non pseudo tali, che abbiano riferimenti e basi scientifiche, che non siano frutto del delirio di qualche “santone” di turno. Ma la questione è che, come facilmente possiamo intuire, i libri devono essere per forza generali e non possono arrivare in nessun modo a riconoscere la causa profonda e personale di ciascun malessere.

domenica 7 ottobre 2018

Challenge autolesive, cosa spinge i nostri ragazzi a farsi male per gioco?




È di qualche settimana fa la notizia di un ragazzo morto a causa di una “sfida” che lo vedeva coinvolto con altri coetanei online. Si chiamano “challenge” e hanno lo scopo di mettersi in qualche modo alla prova, testimoniare con video o foto di aver superato una sfida per poi postare tutto online. Sono frequenti le notizie di sfide autolesive diffuse online in cui il “gioco” consiste nel farsi del male, nel ferire il proprio corpo e nei modi più disparati. Purtroppo in alcuni casi tutto questo porta alla morte, ma sarebbe sbagliato pensarle come a dei modi per togliersi la vita. Gli studi, soprattutto nel campo psicoanalitico, ci dicono che è certo che chi si ferisce lo fa per un motivo che ha poco o nulla a che fare con l’idea di togliersi la vita. I motivi sono profondi, riguardano il rapporto con il proprio corpo, con gli aspetti inconsci della persona.

domenica 24 giugno 2018

E' TEMPO DI GIOCARE


Con le vacanze estive arrivano i tempi forse più complicati dell’anno nella gestione dei figli: ai giorni di vacanza dei bambini non ne corrispondono altrettanti per i genitori e questo porta ad un inevitabile surplus di dispendio di energie. Gli oratori estivi, i centri comunali, i vari campus e la presenza dei nonni aiutano a livello concreto, ma potrebbero portare i genitori a conclusioni fuorvianti: visto che i nostri figli giocano tutto il giorno, probabilmente non avranno bisogno di giocare anche con noi. Sbagliato! I bambini hanno bisogno e desiderano fortemente di giocare con i propri genitori. Si, proprio con quei genitori lì, magari non troppo creativi, magari stanchi e con poco tempo, magari insicuri e stressati ma pur sempre i loro genitori.
In una interessante ricerca di Pepita Onlus (http://www.pepita.it) che ha portato alla realizzazione di una campagna di sensibilizzazione ideata da Fanpage dal titolo #tempodigiocare (https://www.facebook.com/fanpage.it/videos/2217622168259445/)  emergono dati molto interessanti. Su un campione di 507 bambini tra i 5 e gli 11 anni, il 46% ha risposto di giocare durante la settimana (dal lunedì al venerdì) da 1 a 2 ore, contro un 32% che gioca meno di 1 ora. Il dato cresce nel fine settimana quando i bambini giocano per il 41% oltre 3 ore e per il 32% da 2 a 3. Una o due ore di gioco alla settimana, a volte anche meno…

domenica 20 maggio 2018

Disturbi dell'apprendimento in aumento, colpiti 250.000 studenti

Il 2,9% della popolazione studentesca dell'anno scolastico 2016-2017 ha Disturbi specifici dell'apprendimento (Dsa). Alunne e alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado con Dsa sono complessivamente 254.614, stando ai dati pubblicati dal Miur sul suo sito. Il disturbo mediamente più diffuso è la dislessia (42,5%), anche se più disturbi possono coesistere in una stessa persona. Seguono la disortografia (20,8%), la discalculia (19,3%) e la disgrafia (17,4%). Il cervello di un bambino dislessico è diverso da quello dei bambini che riescono a leggere normalmente, ma questo non vuol dire avere una malattia. Lo stesso vale per gli alunni con disgrafia, disortografia, discalculia : l'importante è arrivare a una diagnosi veloce, che si può già fare tra la fine della seconda elementare e la terza, e fornire ai bambini gli strumenti che portano a una riorganizzazione del cervello. 

domenica 11 febbraio 2018

Scelgo io o sceglie lui? Ambiente virtuale e libertà di scelta

Febbraio è il mese della Giornata Mondiale della Sicurezza in Rete e mi piacerebbe ritornare su un tema che riguarda tutti molto da vicino: la vita virtuale. Ma non vorrei, di nuovo, riflettere con voi sull’impatto della tecnologia, sulla pervasività del mondo virtuale, su quanto la rete possa essere positiva o negativa. Vorrei, invece, farmi e farvi una domanda: siamo ancora protagonisti della nostra vita e delle nostre scelte? Navigare sul web, postare e condividere sui social, chattare e videochiamare sono ancora nostre scelte o siamo diventati solo passivi spettatori di un mondo che va per la sua strada?

domenica 12 novembre 2017

Parole, parole, parole

Cari lettori, nell’articolo di oggi vorrei parlarvi delle nostre parole. Ogni giorno migliaia di parole escono dalle nostre bocche ma, forse, non abbiamo mai pensato alla portata di questa così naturale azione che è il parlare. Un interessante articolo apparso su Nature nel numero di novembre 2017 (qui potete trovarne una traduzione in italiano http://www.lescienze.it/news/2017/11/08/news/stato_stress_cambia_linguaggio_usato-3745298/) ci mostra come il nostro linguaggio cambi involontariamente in base alla quantità di stress che viviamo in un determinato momento della nostra vita. Sono soprattutto le parole “funzionali” a modificarsi, cioè i pronomi, gli aggettivi, gli avverbi: le parole “significanti” (nomi e verbi) sono scelte quasi sempre consapevolmente da chi parla, mentre le parole funzionali risultano meno controllabili e quindi dipendono maggiormente dal momento emotivo che stiamo vivendo e rivelano qualcosa di come noi percepiamo le nostre relazioni.
«Dottore sono preoccupato, sono giorni che mia figlia che non mi mangia più» «Luca quanti compiti abbiamo da fare oggi? Dobbiamo preparaci bene per la verifica di domani, vieni che ti aiuta papà»

lunedì 2 ottobre 2017

L’INFLUENZA DEGLI ABORTI SULLA DEPRESSIONE DEL POST PARTUM

Per molte donne la vita procreativa fin dall'inizio si presenta travagliata e conflittuale, caratterizzata da una forte ambivalenza tra paura e desiderio di diventare madre.
I ripetitivi aborti spesso rappresentano una sorta di difesa, sia contro la minaccia incombente legata alla maternità che spesso colpisce a livello trans generazionale più  donne della stessa famiglia, sia contro l’intensa riattivazione di vissuti conflittuali provati nell'utero della propria madre e iscritti nel proprio inconscio.

lunedì 25 settembre 2017

Smartphone, educazione, scuola e dintorni

Cari lettori, ben ritrovati. Siamo all’inizio di un nuovo anno scolastico e anche questo inizio porta con se nuovi dibattiti educativi, uno degli ultimi: smartphone a scuola, sì o no? Ritorno oggi su un tema a me molto caro, sul quale lavoro e studio fin dall’inizio della mia attività clinica: relazioni online e offline, educazione digitale, ambiente virtuale. Il dibattito avviato dal nostro ministro dell’istruzione rischia, come al solito, di diventare una lotta di classe, tra la fazione del “sì” e quella del “no”. Ma un argomento così articolato e complesso non può essere ridotto ad un sì o un no, non facciamoci ingannare. Mi piacerebbe, quindi, provare ad andare alla base di quella che si chiama “educazione digitale”.  E mi chiedo con voi che senso abbiano queste parole. Potremmo parlare di educazione “al” digitale, nel caso intendessimo insegnare ai nostri ragazzi e a noi stessi come utilizzare gli strumenti che la ricerca tecnologica ci mette a disposizione. Ma ci rendiamo conto che questo sarebbe troppo riduttivo: i ragazzi forse conoscono già le funzionalità dei vari modelli di smartphone e comunque imparerebbero ad utilizzarli con semplicità, ma per cosa li utilizzano, a quale scopo, questo è quello che interessa a chi vuole educare. Senza la preposizione, educazione rimane educazione.

domenica 4 giugno 2017

Balene blu in un mare di solitudine

È da qualche tempo su tutti i giornali la notizia di ragazzi adolescenti alle prese con un gioco che di divertente non ha proprio nulla: la Blue Whale. Senza addentrarci nello specifico e senza considerare il fatto che di certo dietro a questo fenomeno così attuale c’è qualcosa di molto più inquietante rispetto a degli adolescenti depressi che cercano di togliersi la vita, vorrei condividere con voi qualche pensiero. Chi ha a che fare, per motivi educativi, di cura o didattici, con i ragazzi, si rende conto di una clamorosa contraddizione: si chiamano nativi digitali ma non sono per niente esperti, hanno in mano strumenti potentissimi ma non li sanno utilizzare, sono sempre connessi ma si sentono sempre più soli. Insomma, non sono automaticamente capaci di vivere l’ambiente digitale in modo evolutivo, in modo positivo, nello stesso modo in cui uno che nasce in montagna non è automaticamente capace di sciare. Spesso noi adulti ci dimentichiamo che nativi digitali ed esperti digitali sono cose diverse.