lunedì 30 giugno 2008

Salute e ambiente

Sulla rivista “Medico e paziente” (5,2008) è stato pubblicato il seguente articolo:
“All’inquinamento atmosferico sono imputabili, con buona probabilità, molti più effetti negativi di quelli già documentati. E’quanto si può ricavare da un recente studio che ha indagato la relazione tra la presenza di PM10 nell’aria e il rischio di trombosi venosa profonda (DVT). La trombosi è una malattia grave, che può essere fatale o lasciare pesanti conseguenze sui soggetti colpiti. Poter conoscere i fattori di rischio per questa patologia assume, dunque, una particolare importanza per la sua prevenzione. Diverse ricerche hanno già sottolineato il legame tra inquinamento atmosferico e maggior rischio di malattie cardiache e ictus, ipotizzando che l’eccessiva coagulabilità del sangue possa essere uno dei meccanismi alla base di tale effetto. Questo studio, condotto da ricercatori della Università di Milano e di quelle di Boston e Chicago, ha evidenziato che la prolungata esposizione all’aria inquinata da PM10 altera il sistema della coagulazione, determinando un aumento del rischio di DVT.
Tra il 1995 e il 2005 sono stati esaminati 870 pazienti lombardi affetti da DVT dell’arto inferiore e 1210 controlli; utilizzando i valori medi degli inquinanti rilevati in aree specifiche dai monitoraggi ambientali, è stata calcolata l’esposizione dei soggetti al PM10 nell’anno precedente la diagnosi o, per i controlli, la data della visita prevista per lo studio. Sia nei casi di DVT che nei controlli, i livelli più elevati di PM10 sono risultati assodati a un tempo di protrombina (PT) più breve; inoltre, si è osservato come ogni aumento di PM10 di 10 μg/m3 d’aria determini un incremento del 70 per cento del rischio di trombosi venosa. L’associazione tra inquinamento e DVT è meno forte nelle donne, in particolare in quelle che usano contraccettivi orali o assumono una tempia ormonale, probabilmente perché tali trattamenti attivano prima e più rapidamente gli stessi meccanismi protrombotici stimolati dall’inquinamento. La gravità degli effetti osservati e la frequenza di elevati livelli d’inquinamento rendono ancora più necessarie misure efficaci per ridurne l’impatto sulla salute.” (Baccarelli A, Martinelli I, Zanobetti A et al., Arch Intern Med 2008; 168: 920-7)
Enrica Campanini, medico

venerdì 27 giugno 2008

L’omeopatia e il neo-fondamentalismo scientifico

Interessanti considerazioni possono derivare dalla lettura congiunta di due articoli indicizzati su PubMed. Il primo, dal titolo “Evidence level Ia-is the gold standard of scientific evidence as attractive as its reputation?”, pubblicato nel febbraio 2008 dalla rivista tedesca Zentralblatt für Chirurgie (il cui abstract è rintracciabile al seguente link) pone, da un punto di vista tutto allopatico, la questione della scarsa attendibilità delle meta-analisi, spesse volte impostate e valutate con criteri soggettivi da parte dell’autore e non fruibili da parte di chi deve trarne conclusioni utili ai fini delle decisioni politiche e gestionali per il Sistema sanitario. Ne possono talvolta derivare pseudoevidenze scientifiche che possono orientare in maniera non precisa le politiche di salute.

Analogamente, l’americano Journal of alternative and complementary medicine ha pubblicato nel Giugno 2008 un articolo a firma di Milgrom LR., dal titolo “Homeopathy and the new fundamentalism: a critique of the critics” (abstract al seguente link). L’autore individua in una sorta di neo-fondamentalismo scientifico una delle cause degli attacchi a cui è continuamente soggetta l’omeopatia. Lo strumento è la negazione dell’evidenza dell’efficacia di qualsiasi approccio terapeutico (ivi compresa l’omeopatia, nonostante il suo utilizzo da oltre 200 anni e il continuo successo su milioni di pazienti) che non possa costantemente essere “provato” utilizzando il “doppio-cieco” e gli studi controllati e randomizzati.

La questione che si pone è in sostanza sempre la stessa. La comunità scientifica si è autonomamente costruita standard di valutazione di qualità e di affidabilità degli studi scientifici. Questi criteri si sono resi indispensabili per assicurare un livello medio di affidabilità dei molteplici studi pubblicati in letteratura. Evitando le note considerazioni sull’assenza di libertà ideologica di molti di questi autori (la cui produttività in termini di ricerche è talvolta influenzata da interessi di tipo commerciale imposti dai finanziatori degli studi), si rende pur sempre necessario rammentare che gli standard di riferimento sono stati “costruiti” in funzione di una corrente di pensiero dominante. Pur avendo assicurato fino ad ora l’ottimo sviluppo complessivo delle conoscenze scientifiche, non bisogna scordarsi che, alla pari di quanto già avvenuto in occasione di altre linee di ricerca (vedi ad es. la teoria quantistica) può rendersi necessario aprire i rigidi criteri di “scientificità delle ricerche” ad ulteriori ipotesi.

Senza questa apertura difficilmente potrà esser colmato il divario metodologico tra l’approccio omeopatico e la scienza modernamente intesa.


Giorgio Di Leone – Medico - Bari

martedì 24 giugno 2008

Riflessioni

Finalmente anche l'opinione dei mass-media sta cambiando ed uno spinello non viene più equiparato ad una semplice sigaretta. Anche attraverso i quotidiani ci arrivano denunce allarmanti sull'uso ed abuso di droghe cosidette leggere, sull'età sempre minore dei consumatori e su quanto queste sostanze possano danneggiare fisico e mente. Secondo i più recenti dati pervenuti al National Institute on drug abuse, per le nuove tecniche di coltivazione, la quantità media di thc (Tetrahydrocannabinolo) nel 2007 ha raggiunto il 9,6% contro il 3,5%-4% del 1983. Ciò non sembra determinare un rischio di maggiore dipendenza, ma la maggiore potenza della droga accresce le probabilità di tossicità acuta e di disturbi mentali.
In Italia indagini eseguite dal Cnr hanno evidenziato, in questi ultimi quattro anni, un aumento del 45% nel consumo di cannabis (25% ragazzi fra i 14 e i 19 anni). Una canna può essere acquistata con 3-5 euro e nella mentalità comune non fa poi così male! E' significativo quanto successo nel mio studio: una coppia trentenne superprecisa... ecologica ....omeopatica ecc mi ha subissato di domande per il proprio piccolo di 2 mesi allattato al seno: cosa deve mangiare e bere la mamma? dove andare in vacanza? quale musica ascoltare?... e un po' di thc giornaliera è permessa? ....a voi le conclusioni.
Paola Nannei, medico

Depenalizzare il rischio clinico?


Leggo su Toscana Medica News n. 19 del 19/06/2008 e riporto integralmente:
Depenalizzare il rischio clinico?Il sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, Ferruccio Fazio, nel corso dell'assemblea annuale di Assobiomedica, ha riferito la sua intenzione di dare vita ad un provvedimento per depenalizzare il rischio clinico, cioè gli errori medici. L'ipotesi è quella di un ricorso a un disegno di legge, o addirittura ad un decreto, per il fatto che "gli errori clinici - ha precisato Fazio - in Italia sono perseguibili penalmente, oltre che amministrativamente, al contrario di molti altri paesi europei, ai quali dovremo ora allinearci". Il provvedimento legislativo per il momento è solo un'ipotesi, non precisabile né nei dettagli, né nei tempi.
Massimo Tilli, medico

lunedì 23 giugno 2008

Esercizio abusivo della professione medica

Consiglio a tutti un’attenta lettura della sentenza del 6 settembre 2007 n. 34200 della Corte di Cassazione, Sezione VI Penale (scaricabile da questo sito). La Suprema Corte analizza il ricorso presentato dal Procuratore Generale presso la Corte di appello di Bologna avverso la sentenza 28 settembre 2005 con la quale la stessa Corte di appello di Bologna, in riforma della decisione 3 luglio 2002 del Tribunale di Modena, assolveva Marcello M., perché il fatto non sussiste, per il reato di cui all'art. 348 c.p., per avere esercitato, attraverso visite mediche, diagnosi e terapie, l’attività di medico senza aver conseguito alcuna abilitazione all'esercizio della professione medica.
Il Procuratore Generale presso la Corte di appello di Bologna, denunciando violazione dell'art. 348 c.p., osservava, più in particolare:
a) l’irrilevanza della libera scelta dei pazienti, considerato il bene protetto dall'art. 348 c.p.;
b) l'esclusivo rilevo del mancato conseguimento di titoli abilitativi, a prescindere dalla capacità, del M. di effettuare le cure e dall'esito di esse;
c) l’irrilevanza della innocuità dei prodotti prescritti;
d) il rilievo della prescrizione (anche verbale) o della diretta somministrazione di sostanze specificamente indirizzate all'eliminazione di una malattia o a lenirne i sintomi, comunque qualificabile come atto di esclusiva competenza del medico, a prescindere dal fatto che la prescrizione venisse formalizzata in una ricetta;
e) la circostanza che solo il medico può effettuare prescrizioni anche di "medicina alternativa".
Di particolare interesse risultano le motivazioni della sentenza. La Suprema Corte asserisce infatti che: “… non vale ad escludere l’omeopatia dalle professioni mediche la circostanza per la quale questa attività non sia oggetto di disciplina universitaria o di successiva professione per la quale è necessaria l'acquisizione di un titolo di Stato, esplicandosi comunque la detta metodologia in un campo la cura delle malattie corrispondente appunto a quello della medicina, per così dire, ufficiale”. E ancora: “Lo stesso oggetto dell'omeopatia, di fatto, non sembra così diverso da quello della medicina tradizionale, poiché, pur se attuato con metodi e tecniche da questa non riconosciuti, è finalizzato alla diagnosi e alla cura delle malattie dell'uomo. Se a ciò si aggiunge l’intrinseca eccentricità dell'omeopatia rispetto al sapere medico tradizionale, pare evidente, a fortiori, che l'esercizio di tale attività deve essere subordinato al controllo, di natura pubblicistica, dell'esame di abilitazione e dell'iscrizione all'albo professionale e, prima ancora, al conseguimento del titolo accademico della laurea in medicina”. Precisa inoltre che: “La norma in esame tutela, quindi, non certo interessi di tipo “corporativo”, ma l’interesse della collettività al regolare svolgimento delle professioni per le quali sono richieste una speciale abilitazione e la iscrizione nell'albo; con la conseguenza che la condotta costitutiva dell'abusivo esercizio, deve consistere nel compimento di uno o più atti riservati in modo esclusivo alla attività professionale. Tanto da far emergere come non sia il nomem della professione esercitata a designare il tipo di attività come corrispondente a quella esclusiva del medico ma le concrete operazioni eseguite, a meno che l’attività (ci si riferisce a modelli di confine con l’esercizio della professione medica) sia di per sé qualificabile come esercizio di attività esclusiva del medico e pure se, quando la professione è regolamentata dalla legge, il superamento dei limiti da essa tracciati comporta esercizio abusivo della professione medica”.
La Corte di Cassazione ricorda infine come: “La giurisprudenza di questa Corte si sia orientata nel senso che integra il reato di esercizio della professione medica la condotta di chi effettua diagnosi e rilascia prescrizioni e ricette sanitarie per prodotti omeopatici perché tali attività rientrano nell'esercizio di un’attività sanitaria che presuppone, per il legittimo espletamento, il possesso di un valido ed idoneo titolo; rimarcando che se i rimedi “omeopaticinon sono riconosciuti dallo Stato, certamente non sono vietati ma sono rimessi alla libera scelta dell'interessato d’accordo con il suo medico curante dal quale le ricette devono essere redatte”.

L’omeopatia in particolare, e le medicine complementari in generale, risultano talvolta terreno di conquista da parte di persone non in possesso dei necessari requisiti (laurea in Medicina e Chirurgia, abilitazione all’esercizio della professione e iscrizione all’Ordine dei Medici). Esiste una sola e semplice risposta a questi episodi: sono vietati a mente dell’art. 348 del c.p. e vanno denunciati all’Autorità Giudiziaria. E soprattutto, le conseguenze negative di questi atti illegittimi non vanno confusi con insuccessi della terapia omeopatica.
Giorgio Di Leone – Medico - Bari

sabato 21 giugno 2008

Il 29 marzo 2008 è stato presentato il primo volume della collana: Guida alle specie allergeniche degli orti botanici italiani: il giardino dei semplici - L’orto botanico di Firenze (a cura di M. Manfredi, G. Moscato, P. Luzzi, S. Varriale, Editore Mattioli).Il volume è stato realizzato dall’Associazione Italiana di Aerobiologia (AIA) in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, Museo di Storia Naturale, Orto Botanico “Il Giardino dei Semplici”. L’idea è nata da una prima esperienza di creazione di un percorso alla scoperta delle piante allergeniche nell’Orto Botanico di Firenze che risale al settembre del 2004 durante il Corso intensivo di Palinologia e Fenologia, realizzato da AIA in occasione del Congresso della Società Italiana di Allergologia ed Immunologia Clinica (SIAIC) a Firenze. Ogni volume prevede alcuni capitoli, curati da maggiori specialisti del settore, dedicati ad argomenti specifici inerenti l’aerobiologia, la pollinosi e la loro storia ed include un percorso guidato all’interno di ogni Orto, corredato di mappa. Le diverse specie allergeniche, arboree, arbustive ed erbaceae, all’ interno dell’Orto sono contraddistinte ognuna da un cartellino che ne segnala l’interesse dal punto di vista allergologico. Per ogni specie allergenica è presente nel volume una scheda conoscitiva, comprensiva di iconografia ed informazioni relative alla sua classificazione tassonomica, caratteristiche botaniche, distribuzione in campo, periodo di fioritura, rilievi aerobiologici, caratterizzazione degli allergeni e dati clinici. Il volume è stata realizzato a scopo educativo per i cittadini ed in particolare per i pazienti allergici per favorire la diffusione della conoscenza delle specie allergeniche e dei processi di salute al fine di contribuire a ridurre il rischio di allergie. Per saperne di più e per informazioni relative all’acquisto del libro consultare il sito dell'Associazione Italiana di Aerobiologia (AIA).
Massimo Tilli, medico

mercoledì 18 giugno 2008

Mario Rigoni Stern: il poeta della natura

Grazie alla sua sensibilità verso il mondo della natura e della montagna il grande scrittore Mario Rigoni Stern, scomparso in questi giorni ad 86 anni, ha scritto pagine indimenticabili che rappresentano un vero patrimonio culturale per noi tutti. Scrive Alberto Senigaglia (La stampa.it:18-6-2008): “ Era il «Sergente nella neve». Mario Rigoni Stern veniva pensato e spesso chiamato così dal titolo del primo libro che nel 1953 l’aveva fatto subito e per sempre scrittore.[...]Camminare con lui era una continua scoperta: conosceva erbe, pietre, canti di uccelli. Dei funghi sapeva se quello fosse più profumato e l’altro più saporoso. Decrittando impronte sul manto nevoso, sapeva se appartenessero a «un lepre» e che cosa fosse venuto a fare. Dal «cerchio della Luna di San Martino» vedeva arrivare la neve. Precursore delle battaglie per l’ambiente, grande narratore della natura, per trent’anni ne rivelò i ritmi, i segreti, le incessanti sorprese ai lettori della Stampa. Quelle «Storie di bestie sull’Altopiano», poi raccolte in vari libri, cominciarono il 31 dicembre 1978. Titolo: «Nelle tiepide case delle api», le sue api, che gli «svolavano attorno senza irritarsi» e si posavano amiche sulle mani. E dall’«ultima fioritura del fieno d’agosto e del timo serpillo» producevano il miele «del Mario», come precisava l’orgogliosa etichetta”.
Ecco una serie di riflessioni che Mario Rigoni Stern ha fatto in un incontro pubblico : “L’uomo civile non lascia tracce”: vorrei che questa frase fosse messa non solo all’entrata dei boschi, ma anche all’entrata delle città. Viviamo invece come in “un’ansia di lasciare tracce” che va contro la natura. Osservando certi animali vedrete che quando fanno le tane nel bosco nascondono anche i propri escrementi, non lasciano indietro neanche quelli: non lasciano tracce. A dire il vero noi siamo abituati a sporcare ovunque, specialmente nei posti affollati, dove le persone non tengono conto che lasciare la cartacce, le bottiglie, le cose in giro non è molto civile, è molto povero. La natura non può assimilare quello che viene lasciato indietro. Quello che rimane in giro si riempie d’insetti, in particolare di mosche che vanno a deporvi sopra le uova e poi vengono mangiate dai cervi e dai caprioli: le uova diventano larve e poi vermi che portano alla morte questi animali. E questo succede sempre: ogni primavera, vediamo i drammatici risultati delle cartacce e dei rimasugli lasciati in giro. Quando incomincia a rifiorire il bosco, appassiscono gli animali che cercano di liberarsi delle larve che, finito il loro ciclo, li attaccano riempiendogli i polmoni e portandoli alla morte. Ecco il bel risultato di un bosco non pulito. Ecco allora perché io dico di non lasciare tracce: il bosco è molto delicato. Il bosco è fatto di suolo e sottosuolo dove vivono moltissimi insetti, è abitato da animali di ogni tipo, scoiattoli, faine, donnole, merli, tordi e tutto ha un suo equilibrio. Se l’uomo lo rispetta, anche gli animali convivono bene, fra loro e con lui. E se noi seguiamo queste regole, possiamo anche "gustarci" questa cosa: possediamo tutti i mezzi per farlo. Se spegniamo i telefonini possiamo vedere cose che altrimenti non vedremmo mai; se camminiamo piano e guardiamo con attenzione e ascoltiamo in silenzio, fermi, allora scopriremo che la vita è fatta di altri sapori – è una cosa talmente naturale che dovrebbe essere banale.”
Enrica Campanini, medico